Recensione Everest

Recensione Everest

È cominciata ieri la 72° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed è partita alla grande con il kolossal americano Everest del regista islandese Baltazar Kormákur che racconta la disastrosa spedizione sull’Himalaya del 1996, durante la quale morirono otto persone. Opera da 65 milioni di dollari ispirata ad Aria sottile (Into Thin Air), saggio scritto nel 1997 da Jon Krakauer, vede come protagonisti Keira Knightley, Jake Gyllenhall, Josh Brolin, Robin Wright, Jason Clarke, Elizabeth Debicki, John Hawkes, Sam Worthington, Emily Watson e Martin Henderson.

Girato tra Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane, negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito, il film racconta in maniera quasi cronachistica la vera storia della spedizione sulla vetta più alta del mondo (e sottolinea questa verità storica mediante i cartelli iniziali e con le foto finali dei veri protagonisti). Non ci sono metafore, non ci sono riflessioni sulla sfida dell’uomo alla natura e non ci sono nemmeno accuse contro la commercializzazione della montagna. I protagonisti sono “solo” la storia nuda e cruda, i personaggi ben delineati, i panorami mozzafiato. Una storia fatta di avventura ed umanità, di alpinismo e di dinamiche interpersonali, di collaborazione e di egoismo, di legami e di dipendenze, di follia e di ambizione, di pulsioni e di passioni, di aspirazione e di desiderio di conquista, di un errore umano che è costato molto caro a colui che l’ha commesso e di condizioni meteorologiche che mettono a rischio la spedizione e le vite umane di tutti i suoi componenti. Una storia fatta di silenzi, asprezza, essenzialità, dove i sentimenti e le lacrime sono trattenuti. Una storia della società, a voler ben guardare, dove tutti siamo legati e tutti siamo focalizzati su noi stessi. Dove spesso paghiamo per gli errori fatti da altre persone, e viceversa.

Il regista Kormákur ha affermato che la storia è stata raccontata come un film dell’orrore e in effetti c’è qualcosa di spaventoso nel trovarsi a 600 metri di quota in forte debito d’ossigeno. L’islandese ha comunque saputo dosare magia della realtà, ricostruzione digitale, magniloquenza scenografica, grandiosità dei gesti umani, passione, commozione e fragilità dei sentimenti e, così facendo, ci ha regalato una storia clamorosa dal grande fascino.

About Silvia Rotino

Nata a Novara, laureata in Lingue. Appassionata di viaggi, fotografia, mass media, economia, è articolista per diverse testate giornalistiche online.

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